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CARLO VERCELLONE

 

Mutazione del concetto di lavoro produttivo e nuove norme di distribuzione : la proposta del reddito sociale garantito

Carlo Vercellone [University of Paris-1]

Con la teoria smithiana della crescita e la teoria ricardiana della distribuzione, i fondatori dell’economia politica hanno tentato di rappresentare, in un modello teorico relativamente semplice, la logica di funzionamento del capitalismo nata prima della rivoluzione industriale. Oggi, nella transizione che ci porta dal capitalismo industriale verso un’economia fondata sulla diffusione e sul ruolo motore della conoscenza, dobbiamo forse percorrere di nuovo il processo analitico dei fondatori dell’economia politica. Questo procedimento, che deve collegare come in un tutto indissociabile il modo di produrre e il modo di distribuire la ricchezza, fa emergere una problematica chiave: la questione della legittimità e della fattibilità economica di un reddito sociale garantito indipendente dal lavoro.

In questo articolo, ci proponiamo di chiarire due aspetti essenziali del problema. Il primo riguarda la messa in luce all’interno del dibattito attuale di due concezioni del reddito garantito tra loro in opposizione[1] : quella neoliberista di un reddito minimo di sussistenza condizionato da una parte, e quella di un reddito garantito dignitoso e incondizionato che chiamiamo “reddito sociale garantito” (RGS) dall’altra. Il secondo aspetto riguarda la controversia sui fondamenti economici e il finanziamento del RSG. Si tratta di dimostrare che questa riflessione deve essere rapportata alle trasformazioni della divisione del lavoro e al modo di accumulazione che segnano la transizione verso quella fase del capitalismo che chiamiamo capitalismo cognitivo. In questo ragionamento, discuteremo di alcune questioni teoriche che riguardano la mutazione delle nozioni stesse di ricchezza sociale e di lavoro produttivo per giungere ad una definizione del RSG concepito come un reddito basato sulla combinazione di un salario sociale e di una rendita collettiva.

1 . Reddito minimo di sussistenza e Reddito sociale garantito

Per chiarire il senso del dibattito attuale sul reddito garantito, occorre innanzitutto definire i termini della dicotomia tra due concezioni inconciliabili.

La concezione neoliberista del reddito minimo di sussistenza condizionato.

            La prima concezione presuppone la messa in atto di quello che abbiamo definito reddito minimo di esistenza condizionato. Questo approccio deriva dalla tradizione della teoria liberista secondo la quale la causa principale della disoccupazione starebbe nelle rigidità del mercato del lavoro (per esempio, Smic – Salario Minimo Interprofessionale di Crescita – minimi sociali, indennità per i disoccupati) che impediscono ai salari di disporre di una flessibilità compatibile con la piena occupazione. Pertanto l’introduzione di un reddito minimo comporterebbe l’abrogazione dello Smic e degli altri ammortizzatori sociali, responsabili della trappola dell’inattività. In questa prospettiva, il reddito minimo diventa uno strumento di de-socializzazione dell’economia e di ricostruzione di una regolazione concorrenziale del mercato del lavoro.

Il principio di condizionamento (che sottopone la concessione di un reddito minimo complementare a un compenso in lavoro) è un’altra caratteristica fondamentale della maggior parte delle proposte neoliberisti. Perciò la proposta del reddito minimo di attività (RMA) si propone di completare il reddito legato all’esercizio di un lavoro remunerato (nel settore privato in un’attività di utilità collettiva fornita dallo Stato) con un aiuto finanziario che permetterebbe di raggiungere il livello del reddito minimo di sussistenza. Questa proposta s’iscrive nella linea del modello di controllo sociale delle Poor Laws nella misura in cui mira alla sostituzione delle istituzioni del welfare con una logica di workfare. La concessione del RMA resta discrezionale e sottoposta de facto alla verifica di una condizione rigida: la disponibilità del lavoratore ad accettare l’impiego proposto, anche se questo lavoro è precario e sotto-remunerato.

Questa logica è anch’essa al centro delle proposte che si riferiscono alla formula dell’imposta negativa cara a Milton Friedman. Precisiamo che, a livello tecnico, l’imposta negativa potrebbe, in linea di principio, essere conciliabile con un reddito minimo incondizionato e indipendente dal lavoro. Si tratterebbe di fissare una soglia di povertà sulla base della quale sarebbe versata un’indennità compensativa a tutte le persone che percepiscono un reddito inferiore a questa soglia (al di là della quale avrebbe luogo il solito prelievo fiscale). In realtà, le proposte che si ispirano a questa tecnica prevedono quasi sempre che questa dotazione finanziaria sia fissata in funzione del lavoro e che i disoccupati così detti “volontari” ne siano esclusi: insomma, l’imposta negativa dovrebbe essere versata soltanto a coloro che hanno già un lavoro e servire di complemento ad un reddito di attività insufficiente.

Certo, questo collegamento diretto tra diritto al reddito e obbligo di lavorare non è sempre esplicitato. Tuttavia gli importi previsti per quest’indennità sono così bassi e i compensi in termini di soppressione degli altri minimi sociali così importanti che la logica dell’imposta negativa resta immutata: rafforzare la costrizione al rapporto salariato e sovvenzionare lo sviluppo dei working poor «permettendo il cumulo di un reddito sociale di base insufficiente per vivere con un reddito da lavoro ugualmente insufficiente» (Gorz 1997, p. 134).

In sintesi, il reddito minimo di sussistenza è un dispositivo di regolazione della dualizzazione crescente del mercato del lavoro grazie alla quale lo sviluppo delle forme dette atipiche e precarie del lavoro potrebbe diventare, per interi settori dell’economia, la nuova norma di referenza che presiede alle condizioni di lavoro e di formazione dei salari. Sempre presentandosi come una misura di reinserimento in favore degli esclusi della nuova economia, l’imposta negativa è in realtà soltanto una nuova forma, più o meno nascosta, di sovvenzione al lavoro. Si aggiungerebbe alla pluralità di indennità e di esoneri sui contributi versati dagli imprenditori che sono stati istituiti per favorire, grazie all’abbassamento del costo (diretto) del lavoro, l’impiego dei lavoratori poco qualificati. Ciò costituisce una socializzazione dei redditi, ma sotto la forma regressiva di una socializzazione dei costi del lavoro che permette agli imprenditori di versare un salario diretto inferiore alla soglia di povertà.

Per i difensori neoliberisti dell’imposta negativa, questa misura dovrebbe per altro condurre ad un abbassamento considerevole dei prelievi obbligatori dato che un trasferimento unico, finanziato per vie fiscali, dovrebbe rimpiazzare poco a poco gli ammortizzatori sociali attuali della previdenza sociale.

Tuttavia questo ragionamento non è privo di contraddizioni, e l’accettazione delle proposte neo-liberiste potrebbe condurre alla fine ad una crisi fiscale. In effetti l’istituzione a livello generale di un reddito minimo concepito in questi termini, condurrebbe gli imprenditori a selezionare la forza-lavoro impiegata sulla base dell’accettazione di un salario inferiore al reddito di sussistenza. E’ allora molto probabile che l’instaurazione di un reddito minimo di sussistenza condizionato si traduca in un effetto di sostituzione tra i diversi componenti della forza lavoro piuttosto che in un aumento dell’occupazione. Inoltre il salario diretto versato dagli imprenditori potrebbe abbassarsi in modo proporzionale al complemento di reddito assicurato dall’imposta negativa. Se questa logica prevale, il costo del reddito minimo diverrebbe esorbitante, nonostante le economie realizzate con la soppressione degli altri trasferimenti monetari e dei servizi del welfare.

Tuttavia, è in questa direzione che è stata orientata, a partire dalla legge finanziaria del 2001, la politica dei redditi francese, adottando la proposta di un’imposta negativa ribattezzata «Prime pour l’Emploi» (PPE)[2]. Questa misura, ripresa dal governo Raffarin, consiste appunto nell’erogare un reddito aggiuntivo a coloro che percepiscono bassi salari. Essa svolge tre funzioni caratteristiche dell’imposta negativa secondo il punto di vista neo-liberista:

■ la PPE è infatti condizionata, perché è riservata soltanto alle famiglie con almeno un lavoratore salariato;

■ la PPE è un incentivo all’impiego, o più precisamente ai working poor, in quanto questo trasferimento dipende dal tempo di lavoro svolto in un anno. I lavoratori salariati sono così incoraggiati ad accettare un gran numero di lavori precari per cumulare le ore di lavoro, per raggiungere la quota massima di PPE;

■ la PPE comporta di fatto la soppressione dello Smic, proprio perché incentiva le forme di lavoro atipico e precario.

Il reddito sociale garantito

Alla teoria neoliberista del reddito minimo di sussistenza condizionato si oppone la proposta di un reddito sociale garantito indipendente dall’impiego.

Secondo questo approccio, il reddito garantito incondizionato rappresenta uno strumento di ri-socializzazione dell’economia e di attenuazione del rapporto di costrizione monetaria insito nel rapporto salariato. A livello teorico la disoccupazione e la precarietà sono qui intese come il risultato della logica che caratterizza lo statuto del salariato all’interno di un’economia monetaria di produzione (nel senso di Keynes e di Marx).

Su questa base, la riflessione sul reddito sociale garantito (RSG) parte da una delle conseguenze più significative delle politiche che introducono la flessibilità nel mercato del lavoro. Si tratta del modo in cui l’insicurezza economica e la precarietà fanno riemergere con forza la natura primaria del rapporto salariale: quella di una costrizione monetaria che fa del lavoro salariato la condizione d’accesso alla moneta, cioè a un reddito dipendente dalle anticipazioni dei capitalisti concernenti il volume della produzione e quindi del lavoro impiegabile con profitto. E’ anche per questo che il discorso sul RSG si inscrive in una riflessione più ampia e più complessa. Riguarda l’elaborazione di un nuovo diritto al lavoro e di un sistema di protezione sociale capaci di riconciliare sicurezza del reddito e mobilità del lavoro e di favorire la mobilità scelta a discapito della mobilità imposta legata alla precarietà. Perciò per i difensori del RSG il suo importo dovrebbe essere idealmente fissato ad un livello sufficientemente elevato per permettere a ognuno di avere una vita decente. In ogni caso, deve essere almeno un « reddito sufficiente per preservare la libertà dei lavoratori di accettare o di rifiutare le condizioni di lavoro che gli sono proposte « (Passet 2000, p.257). Ne risulta anche che la definizione del RSG non può essere data in termini puramente monetari. Il diritto al reddito deve articolarsi in diritto all’accesso a un insieme di servizi garantiti fuori mercato (diritto all’alloggio, alla sanità, alla formazione, ecc.). Da questo punto di vista, il RSG presuppone il mantenimento del sistema di garanzie legato alle istituzioni della previdenza sociale e ne implica l’espansione.

Il reddito di base che rappresenterebbe il RSG s’inscriverebbe in un modello di flessibilità offensiva, assicurando la continuità del reddito malgrado la discontinuità scelta o imposta dei rapporti di lavoro. Spingerebbe verso l’alto la scala dei redditi d’attività favorendo il potere di negoziazione dei salariati, e di conseguenza la modernizzazione delle relazioni professionali e dall’organizzazione del lavoro. Quindi, la logica che presiede all’istituzione di un RSG non comporterebbe né la soppressione del Smic, né quella di altri ammortizzatori della previdenza sociale, salvo per i trasferimenti assistenziali e condizionati, come ad esempio, in Francia il Reddito minimo d’inserzione (RMI), che si trovano sotto questo reddito di base.

 

1 . Le questioni della legittimità e del finanziamento del reddito sociale garantito

La proposta del RSG va spesso incontro principalmente a due critiche: i) la sua presunta insostenibilità finanziaria ii) l’illegittimità economica ed etica dell’affermazione di un diritto al reddito che non troverebbe il suo corrispettivo in una contribuzione lavorativa alla creazione di ricchezze.

In realtà, queste due questioni, quella della fattibilità e quella della legittimità del RSG, sono in gran parte legate e devono essere confrontate con l’analisi delle trasformazioni del lavoro e del regime di accumulazione nel capitalismo cognitivo.

Un’obiezione che viene spesso rivolta al RSG è, in effetti, di non analizzare in modo approffondito la problematica connessa al suo finanziamento.

Ne derivano due conseguenze che riguardano la coerenza e/o la credibilità delle proposte di RSG:

1. Sia l’importo del reddito di cittadinanza è stimato ad un livello irrisorio (tra i 230 e i 300 euro pro capite al mese), e, in ogni caso, incompatibile con l’idea di «un reddito sufficiente per preservare la libertà dei lavoratori di accettare o di rifiutare le condizioni di lavoro che gli sono proposte» (Passet 200, p. 272);

2. Sia l’importo minimo del reddito garantito è stabilito ad un livello molto più alto (generalmente ad un livello intermedio tra la soglia di povertà e il smic – Salario Minimo Interprofessionale di Crescita). Ma, in tal caso, la proposta di reddito di cittadinanza è criticata a causa del suo preteso irrealismo (Coutrot e Husson 2001). Questa critica è basata quasi sempre sull’affermazione secondo la quale il costo di finanziamento richiederebbe uno sviluppo economicamente e politicamente non supportabile dai prelievi obbligatori.

Per esempio, è così che Thomas Coutrot e Michel Housson considerano irrealistiche le proposte di un reddito sociale garantito avanzate da Renè Passet (7000 euro l’anno) o, a fortiori da Andrè Gorz (7320 euro pro capite l’anno, cioè circa 610 euro al mese) proprio perché il finanziamento sarebbe economicamente non supportabile. Infatti dovrebbe aver luogo una redistribuzione radicale dei redditi pari a 366 miliardi di euro (nell’ipotesi di un RSG pari a 7320 euro l’anno), cioè il 30% del PIL – concludono Thomas Coutrot e Michel Husson e rigettano sbrigativamente la proposta di RSG nel mondo buio delle utopie e senza domani (Coutrot e Husson 2001, p. 66).

Certo, queste cifre fanno impressione. Bisogna però notare che questo tipo di ragionamento che conduce alla non fattibilità del RSG, risulta semplicistico. Si limita a valutare il suo costo lordo moltiplicando l’importo del RSG per il numero di abitanti, poi, una volta stabilito l’importo da finanziare, dichiara ipso facto, il suo irrealismo facendo seguire la percentuale del PIL da una serie di punti esclamativi.

Quest’argomentazione, però, risulta errata per due ragioni, visto che da una parte sovrastima il costo reale del RSG (facendo confusione tra costo netto e costo lordo) e, dall’altra, evita ogni vera riflessione sulle risorse che possono permettere il suo finanziamento.

Analizziamo qui sotto queste questioni relative al costo reale ed al finanziamento, sviluppando diverse considerazioni che contribuiscono a mostrare la fattibilità finanziaria del RSG:

A. Il RSG è cumulabile con ogni altro tipo di reddito[3], il quale a partire da una certa soglia é sottoposto all’imposta. In questo modo, il RSG, sempre mantenendo il suo carattere incondizionato, avrebbe anche un carattere redistributivo, la cui portata sarebbe più o meno importante in funzione delle caratteristiche dei diversi sitemi fiscali. Insomma, il costo netto di finanziamento del RSG deve dunque essere stimato tenendo conto del prelievo fiscale effettuato tradizionalmente sull’insieme dei redditi delle famiglie, del quale il RSG sarebbe una delle componenti. In altri termini, il RSG può cumularsi senza massimale di risorse, ma è imponibile e sarebbe in gran parte recuperato sui redditi elevati. La presa in considerazione di questo effetto di soglia riduce proporzionalmente il costo reale netto del finanziamento del RSG in una proporzione che sarebbe importante stimare con precisione.

B. Altro punto importante: sia per ragioni di giustizia sociale che di coerenza macroeconomica, l'instaurazione del RSG dovrebbe essere associata ad una riforma del sistema fiscale che ne accentui fortemente il carattere progressivo.

C. Importanti margini di manovra esistono per quello che riguarda la tassazione dei redditi da capitale che in Europa in generale, e in Francia in particolare, sono molto meno tassati che i redditi da lavoro.

D. Le economie derivanti dalla soppressione dei trasferimenti assistenziali condizionati (i minima sociaux) ai quali si sostituirebbe il RSG incondizionato, permetterebbero di coprire una parte non trascurabile dei costi legati alla sua instaurazione.

E. A questa fonte di finanziamento bisogna aggiungere quella proveniente dalla soppressione delle agevolazioni fiscali e degli esoneri dai contributi sociali di cui beneficiano le imprese come incentivo all’impiego di manodopera non qualificata, che, spesso, lungi dal favorire la creazioni di nuovi posti di lavoro, si traducono in un semplice trasferimento di reddito dai salari ai profitti[4].

F. In una prima tappa, il RSG potrebbe essere riservato alla popolazione adulta situata tra i 18 anni e l’étà legale della pensione e solo in un secondo tempo sarebbe progressivamente esteso all’insieme della popolazione.

Riunendo l’insieme di queste condizioni, il costo di finanziamento del RSG sarebbe considerevolmente ridotto e non entrerebbe in concorrenza con il finanziamento di altre conquiste essenziali del sistema di protezione sociale, come le pensioni, il diritto alla salure, e, per esempio in Francia, le indennità di disoccupazione. Al tempo stesso, l'instaurazione del RSG permetterebbe, su queste basi, une distribuzione del reddito molto più egualitaria.

Su queste basi, in un recente saggio abbiamo dimostrato, ad esempio, per la Francia la fattibiltà finanziaria di un RSG incondizionato di un montante di 700 euro mensili (equivalenti alla métà del salario medio) versato alla popolazione adulta tra i 18 anni e l’étà legale della pensione (Monnier e Vercellone, 2005).

D’altronde, se il costo di un reddito garantito universale versato all’insieme della popolazione residente é certamente molto più elevato, due considerazioni complementari devono essere prese in conto per analizzare la sua fattibilità.

In primo luogo, il costo di finanziamento di un reddito garantito universale non dovrebbe essere stimato sulla base di un RSG di livello identico per tutti gli individui, ma sarebbe più ragionevole considerare importi diversi per due categorie di persone: gli adulti, che percepirebbero il RSG nella sua integralità, e i minorenni a carico dei genitori, che beneficerebbero di un’indennità di un importo inferiore, che potremmo chiamare, per distinguerlo dal primo, di indennità di esistenza[5]. In secondo luogo, e sarà l’argomento delle sezioni successive di questo capitolo, la questione del finanziamento e della legittimità del RSG implicano, in modo più generale, un riesame approfondito della maniera di comprendere le nozioni stesse di lavoro produttivo, di ricchezza e i suoi principali indicatori, mettendo in evidenza la sfasatura tra le nuove norme di produzione del capitalismo cognitivo e le norme di ripartizione ereditate dal capitalismo industriale. E’ a queste condizioni che diventa possibile pensare il problema dei fondamenti teorici e della fattibilità del RSG partendo da due principali poste in gioco legate allo sviluppo del capitalismo cognitivo:

■ la prima riguarda la transfomazione e l’estensione del concetto di lavoro produttivo nel quadro di un’economia intensiva delle conoscenze, cioè basata sulla diffusione e sul ruolo motore dei saperi;

■ la seconda concerne il modo di concepire un processo di risocializzazione dell’economia e del capitale in opposizione alla finanziarizzazione crescente del sistema economico e ad il suo impatto sulle regole di formazione del reddito.

Trasformazione della divisione del lavoro, finanziarizzazione e reddito sociale garantito.

Una delle difficoltà maggiori che incontrano numerosi difensori di un’allocazione universale o di un reddito di cittadinanza deriva da un approccio puramente etico e redistributivo, incapace di fondare la proposta di un RSG incondizionato su un’analisi delle trasformazioni dei meccanismi di creazione della ricchezza.

E’ in particolare il caso delle interpretazioni in termini di “fine del lavoro” alla Rifkin, sulla quale in una certa misura si basa anche la proposta di allocazione universale di Van Parijs.

Secondo le tesi della «fine del lavoro», la disoccupazione tecnologica avrebbe un carattere strutturale. In questa logica, la giustificazione fondamentale del reddito garantito starebbe nel fatto che il posto di lavoro diventa una merce rara e, al tempo stesso, il lavoro perde il suo ruolo centrale nel processo di creazione della ricchezza.

Alla differenza delle interpretazioni “tecnologiche” sulla fine del lavoro, la crisi attuale della forma lavoro-impiego salariato é, a nostro avviso, lontano dal significare una crisi del lavoro come fonte della produzione di valore e di riccheza. La trasformazione consiste piuttosto in un cambiamento paradigmatico della nozione di lavoro produttivo, dove il sapere sociale generale si presenta come forza produttiva immediata. Questa trasformazione, che ha al suo centro il ruolo svolto dalla scolarizzazione di massa nell’emergenza di un’ intellettualità diffusa, può essere interpretata a partire dalla tendenza che Marx definisce nei Grundrisse con la nozione del General Intellect. Si tratta dell’emergenza di una nuova figura egemonica del lavoro, segnata dal suo carattere sempre più intellettuale e immateriale. La sua origine rimanda ad una dimensione essenziale dei movimenti sociali che, durante gli anni Sessanta e Settanta, hanno rimesso in discussione la legittimità del modello fordista: la rivendicazione del diritto al sapere e della sua indipendenza nei confronti delle esigenze dell’accumulazione del capitale. Ne ha risultato un prolungamento formidabile degli anni di studio e, in generale, del tempo di vita dedicato alla formazione da parte di ogni individuo. Pertanto, i conflitti sociali della fine degli anni Sessanta e Settanta si sono sedimentati nelle nuove caratteristiche “intellettuali” del lavoro e in quella che potremmo qualificare di nuova preponderanza dei saperi del “lavoro vivo” sul sapere incorporato nel capitale fisso (e nell’organizzazione d’impresa). Da questo punto di vista è altamente significativo il seguente fatto stilizzato: a partire dal 1973, lo stock di capitale immateriale (educazione, formazione, ricerca e sviluppo, sanità) pareggia lo stock di capitale tangibile, poi lo sorpassa per diventare oggi largamente dominante.

Siamo allora al punto di partenza di un’economia fondata sul processo di produzione, trattamento e diffusione delle conoscenze dove la variabile essenziale della crescita e della competitività strutturale di un territorio diventa ormai la capacità di mobilitare in modo cooperativo il potenziale di lavoro intellettuale presente nella società. Ne deriva una messa in discussione del modello smithiano della divisione tecnica e sociale del lavoro nata dalla prima rivoluzione industriale e il passaggio verso una nuova divisione del lavoro che poggia su dei principi cognitivi. Questa tendenza è ravvisabile in tre trasformazioni principali:

■ la norma industriale del lavoro astratto, intercambiabile e facilmente misurabile con l’orologio e il cronometro, é resa sempre più obsoleta in seguito allo sviluppo dell’economia fondata sul sapere e sulle competenze non codificabili;

■ il tempo di lavoro immediato dedicato alla produzione non é più che una frazione, e non necessariamente la più importante, del tempo sociale di produzione;

■ i confini tradizionali tra lavoro e non lavoro si attenuano e si rompe ogni rapporto di proporzionalità tra remunerazione e lavoro individuale.

Queste metamorfosi fanno sì che l’origine della ricchezza delle nazioni si sposti oggi sempre più a monte dell’attività delle imprese. E sempre più a monte della sfera del “lavoro salariato e dell’universo mercantile”, nella società, e in particolare nel sistema di formazione e di ricerca, dove si trova la chiave della produttività e dello sviluppo della ricchezza sociale.

E’ possibile affermare che il deterioramento delle condizioni di remunerazione e di impiego che caratterizza il postfordismo, non corrisponde per niente alle esigenze di un’efficacia economica obiettiva, che le rigidità del mercato del lavoro avrebbero ostacolato. La de-socializzazione dell’economia appare piuttosto come la condizione della messa al lavoro di una manodopera che non può più essere sottomessa alla disciplina d’impresa sulla base di una razionalità tecnica obiettiva incorporata nel capitale fisso e nell’organizzazione del lavoro.

E’ anche in seguito a questa nuova configurazione del rapporto (conflittuale) sapere/potere che si può capire perché, nel nuovo regime di accumulazione, finanziarizzazione ed economia della conoscenza sono associati, dal punto di vista del modo di regolazione, con un’insicurezza crescente della condizione dei salariati. La flessibilità, nelle sue diverse forme, ha distrutto il sistema di sicurezza del posto di lavoro che era stato alla base del compromesso fordista. Meglio, nel tempo del capitalismo cognitivo, povertà e impiego non sono più degli statuti sociali antinomici, all’insegna di una logica che può soltanto frenare le forze vive del sapere sociale produttive di ricchezza.

La questione teorica che si pone consiste allora nel sapere se, e a quali condizioni, il reddito garantito potrebbe caratterizzarsi come uno strumento di attenuazione dell’asimmetria monetaria fondamentale che struttura il capitalismo determinando la separazione tra due classi di individui: da una parte coloro che hanno il potere di creare la moneta per trasformarla in mezzo di finanziamento o di avere accesso alla moneta sotto forma di rendita, cioè di un reddito indipendente dal lavoro ; dall’altra coloro che hanno accesso alla moneta soltanto vendendo la propria forza lavoro.

La problematica legata all’approccio del RSG si sviluppa su due linee di ricerca:

■ La prima consiste in una riflessione su una possibile riforma monetaria. Avrebbe come obiettivo, in termini keynesiani, una distribuzione sociale dei redditi maggiormente indipendente dalle anticipazioni degli imprenditori che determinano il volume della produzione e dell’occupazione. Questa riforma monetaria permetterebbe di ricostruire a livello sociale un nesso macroeconomico coerente tra la crescita della massa salariale e gli incrementi della produttività oggi sempre meno redistribuiti perché sottratti dai profitti e le rendite finanziarie. Restituirebbe in questo modo alla forza di lavoro sociale il valore aggiunto che risulta dai meccanismi sempre più collettivi all’origine dei benefici di produttività, che oggi paradossalmente contrastano la piena occupazione. Da questa riforma deriverebbero dei cambiamenti fondamentali nella regolazione macroeconomica. La formula kaleckiana secondo la quale «i lavoratori salariati spendono quello che guadagnano, i capitalisti guadagnano quello che spendono» sarebbe profondamente indebolita con l’indebolimento dell’asimmetria tra le classi sociali nell’accesso alla moneta. Possiamo immaginare che ci si avvicinerebbe ad una nuova formula secondo la quale è la società nel suo insieme che «guadagnerebbe quello che spende».

■ La seconda linea di ricerca conduce a un’analisi alternativa dell’ «origine della ricchezza delle nazioni» e, pertanto, dei meccanismi su cui può basarsi sia la legittimità socioeconomica che il finanziamento del RSG. Questa riflessione implica una rilettura dei criteri attuali su cui si basa la contabilità nazionale, prendendo in considerazione le trasformazioni provocate dallo sviluppo dell’economia della conoscenza. Ne consegue un cambiamento radicale e un allargamento del concetto di lavoro produttivo che integri il riconoscimento del ruolo motore del sapere nella creazione della ricchezza e la remunerazione di diverse forme di attività che la teoria convenzionale e la contabilità nazionale si ostinano a considerare come non lavoro.

In questo contributo proponiamo di sviluppare alcuni elementi inerenti a queste linee di ricerca proponendo una caratterizzazione del RSG concependolo come un reddito primario fondato sull’associazione di un salario sociale e di una rendita collettiva; una precisazione che conduce anche ad identificare alcune delle fonti di finanziamento che corrispondono a queste due componenti costitutive del RSG (salario sociale e rendita collettiva).

Il reddito sociale garantito come salario sociale

            La prima componente del RSG consiste dunque in un salario sociale fondato sul riconoscimento del carattere immediatamente produttivo dell’insieme della forza lavoro. Il suo fondamento deve essere collegato alla mutazione dei meccanismi sociali di ottenimento degli incrementi di produttività e dell’innovazione tecnologica che vanno insieme al contenuto sempre più immateriale e intellettuale della produzione.

Questo tipo di trasformazione rimette in discussione i confini che, nella teoria economica convenzionale, separano l’universo produttivo della sfera di mercato dall’universo improduttivo della sfera non di mercato. Il ruolo sempre più centrale del sapere così come la socialità crescente dei benefici di produttività e dell’innovazione tecnologica rendono superate le categorie utilizzate di solito per caratterizzare lo status (attivo o inattivo, produttivo o improduttivo) della forza lavoro. Queste evoluzioni rendono obsoleta la misura della durata effettiva della giornata di lavoro dedicato alla produzione e tempo libero e/o di formazione. La cooperazione produttiva si sviluppa sempre di più a monte dell’impresa e dunque fuori dal lavoro salariato. Il sapere e il non-lavoro in generale diventano in questo contesto la fonte di esternalità e di un progresso tecnico esogeno alle imprese.

Questa ipotesi di lettura, che si basa ormai su un’abbondante letteratura, implica la rimessa in discussione di tre pilastri della teoria del valore e della distribuzione:

■ la teoria del valore fondata sull’esistenza di un prezzo di mercato. La sua rimessa in discussione deriva da due ragioni principali: dall’incapacità di una teoria di mercato del valore a tener conto del ruolo produttivo della sfera non di mercato; dall’inadeguatezza del sistema dei prezzi a spiegare la creazione del valore aggiunto derivante dalle esternalità legate al sapere e alla cooperazione sociale del lavoro che si sviluppa al di fuori dell’impresa e della sfera di mercato;

■ la teoria del valore secondo la quale il tempo di lavoro immediato dedicato direttamente a un’attività di produzione è la fonte produttiva principale del lavoro umano, la sua misura permette di stabilire un rapporto proporzionale tra remunerazione e lavoro individuale;

■ la teoria della distribuzione secondo la quale ogni fattore di produzione può essere remunerato secondo il suo contributo al prodotto totale: nella misura in cui l’organizzazione sociale della produzione si presenta sempre di più (come nell’ipotesi marxiana del General Intellect) sotto la forma di un sistema integrato, caratterizzato da un’interdipendenza generale, la valutazione della produttività di ogni fattore produttivo, considerata separatamente e calcolata con il metodo marginale, perde ogni pertinenza (Passet 1992, 2000).

            Insomma, continuare a riferirsi al concetto tradizionale del lavoro produttivo corrisponderebbe oggi allo stesso anacronismo che avrebbe indotto, per esempio, dopo la prima rivoluzione industriale, a mantenere le antiche categorie della scuola fisiocratica, che considerava produttivo il solo lavoro nell’agricoltura. Il mantenimento di queste categorie avrebbe significato che il lavoro dei salariati nell’industria manifatturiera era un lavoro improduttivo. Dal momento che la cooperazione sociale precede e supera il tempo di lavoro immediato dedicato alla produzione, si può formulare l’ipotesi secondo la quale il lavoro nel capitalismo cognitivo è sempre anche, almeno in una certa proporzione, lavoro sotterraneo, facente parte di un’economia non di mercato forzata. Malgrado il suo contributo alla creazione di ricchezza, questo lavoro sociale non è remunerato e il valore di questa produzione è considerato nullo, perché non appartiene alla sfera monetaria dello scambio commerciale e del rapporto salariale o sfugge ai suoi criteri di misura. Precisiamo che qui l’espressione lavoro-economia sotterranea non deve essere confusa con la sfera tradizionale dell’economia informale di mercato. Intendiamo una dimensione produttiva diversa e molto più vasta. Il lavoro sotterraneo è, in primo luogo, la vita non retribuita, cioè quella parte dell’attività umana che, anche partecipando a pieno titolo alla produzione di ricchezza, non è contabilizzata come forza creatrice di valore.

Notiamo anche che questa analisi risponde da sola alle critiche « etiche » del diritto a un reddito garantito indipendente dall’occupazione, costruite sulla salvaguardia del legame reddito-lavoro. In effetti la contropartita in lavoro esiste già. E’ invece la contropartita in reddito che manca.

La legittimazione socio economica e il finanziamento del RSG potrebbero così fondarsi in parte sulla presa in considerazione e sulla remunerazione di questa dinamica economica sotterranea finora non riconosciuta.

In questa prospettiva, è possibile intraprendere due vie di ricerca complementari:

■ la prima consiste nella valutazione dell’impatto virtuale di quella parte del lavoro sociale che risulta nascosta nel calcolo del PIL, per mezzo, ad esempio di un calcolo in termini di prezzo e/o di salari fittizi, delle economie non mercantili (non rilevate). Questa riflessione permetterebbe di riconoscere il ruolo cruciale delle attività di produzione e di scambio non commerciali e/o fondate su un lavoro sociale non riconosciuto, perché il suo statuto non prevede un contratto di locazione dei servizi remunerato secondo le norme del rapporto salariale. In quest’ottica, è importante prendere in considerazione l’evoluzione incessante delle diverse componenti appartenenti alla sfera dell’economia non di mercato. In particolare, il contributo alla creazione della ricchezza sociale, di questa sfera dell’economia nascosta, appare di un’importanza crescente sotto l’impulso di due fattori:

(a) lo sviluppo delle forme associative come momento di ri-socializzazione dell’economia e di espansione dei servizi collettivi;

(b) il ruolo crescente che la diffusione del sapere gioca nello sviluppo delle forze produttive deriva dall’espansione formidabile della sfera non di mercato. Questa espansione è legata allo sgretolamento dei confini tradizionali tra tempo libero e tempo di lavoro e allo sviluppo delle reti di cooperazione produttiva e di scambio di conoscenza al di fuori del mercato. L’impatto dell’economia non di mercato sul calcolo del PIL si alzerebbe senza dubbi in modo impressionante se, alla maniera del lavoro domestico, si provasse, per esempio, a misurarne il valore con dei salari fittizi riferiti al lavoro di formazione e di ricerca non remunerata.

Notiamo che, dal punto di vista della problematica del RSG, questa linea di ricerca presenta un doppio interesse teorico ed empirico:

■ permette di portare avanti la riflessione sul carattere ristretto dei criteri attuali del calcolo del PIL, dimostrando l’inadeguatezza di una concezione che fa della forma del lavoro-impiego salariato e/o commerciale l’unica forma di lavoro produttiva e degna di essere remunerata. L’integrazione e il riconoscimento “ufficiale” delle economie non mercantili nella valutazione del PIL potrebbero così essere un fattore di legittimità sociale del RSG. Precisiamo anche che, lontano dal costituire un fattore di normalizzazione, il RSG sarebbe in tal modo un bastione essenziale in grado di preservare l’autonomia della sfera delle attività non mercantili dal processo di colonizzazione del mercato.

■ La seconda via di ricerca potrebbe basarsi sull’elaborazione di indicatori capaci di valutare meglio le esternalità positive che l’economia non di mercato produce per l’economia di mercato. Queste esternalità sono legate in particolare al ruolo del sapere e al carattere non esclusivo, non rivale e cumulativo del bene conoscenza che spiega la natura sempre più collettiva degli incrementi di produttività e dell’innovazione.

Il reddito sociale garantito come istituzione di una rendita sociale collettiva

La seconda componete del RSG corrisponde all’instaurazione di una rendita sociale e/o di un dividendo collettivo[6]. Il suo fondamento si trova nel riconoscimento che la creazione attuale di ricchezza risulta dall’interazione tra il lavoro presente e la ricchezza collettiva (risorse naturali, beni materiali e immateriali) lasciata in eredità dalle generazioni precedenti[7].

Un aspetto fondamentale del dibattito sul reddito garantito corrisponde, in realtà, alla sua natura stessa, paragonata a quella di un reddito legato a un patrimonio immobiliare o alla detenzione di un capitale finanziario.

Per tutta una classe di agenti, la costrizione monetaria che collega il reddito all’occupazione non esiste o è considerevolmente attenuata dalla detenzione di titoli di credito e di proprietà : per questi individui il lavoro non è un obbligo ma corrisponde invece a una scelta libera. Questa osservazione è importante per evidenziare la contraddizione logica nella quale cadono alcuni approcci che si oppongono all’idea di un reddito garantito invocando delle considerazioni morali o economiche. La scissione del reddito dal lavoro salariato sarebbe, in realtà, soltanto l’allargamento di un diritto oggi limitato a una categoria di popolazione privilegiata (i rentier); la conseguenza di questo allargamento non sarebbe tanto di provocare una fuga massiccia dal lavoro in generale ma di facilitare la ricerca e la costruzione di nuove forme di lavoro e di attività liberamente scelte. Una riforma che porti all’istituzione di una rendita sociale collettiva sarebbe, peraltro, una via essenziale per costruire un bastione contro l’attuale logica di un regime di accumulazione dominato dal potere della finanza e contro la pressione che i mercati globalizzati esercitano sulle istituzioni del welfare state conquistate dai movimenti operai nel corso degli anni.

La proposta di una rendita sociale collettiva sarebbe d’altronde coerente con uno dei principali desideri espressi da Keynes nelle Note conclusive sulla filosofia sociale verso la quale la teoria generale potrebbe condurre (Keynes 1936, trad. it. 1991) e nelle Prospettive economiche per i nostri nipoti (Keynes 1930, trad. it. 1991). In questi testi, Keynes, estrapolando la dinamica di lungo periodo della produttività e dell’accumulazione del capitale, sviluppa la sua analisi in un orizzonte collocato oltre la Teoria Generale. In questo processo identifica alcuni obiettivi chiave della mutazione attuale del capitalismo legati alla crisi del modello fordista-keynesiano dei Trenta Gloriosi.

Così, secondo l’autore della General Theory, il problema prinipale al quale la società doveva essere confontata «negli anni a venire» sarebbe «la disoccupazione tecnologica. Il che significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera» (Keynes 1930, trad. it. 1991, pp. 61-62) [8]. Ma la crescita della «disoccupazione tecnologica», continua Keynes, sarebbe soltanto l’effetto perverso di un «periodo passeggero di adattamento» perché «in prospettiva, infatti, ciò significa che l’umanità sta procedendo alla soluzione del suo problema economico» (p. 62). Ne consegue la necessità di passare da una regolazione dell’economia fondata sul principio di scarsità a una regolazione fondata sul principio di abbondanza. A questo proposito, bisogna ricordare una tendenza essenziale individuata da Keynes durante gli anni Trenta. Corrisponde al movimento storico dell’accumulazione che avrebbe condotto a privare il capitale del suo valore di scarsità nel corso di una o due generazioni» (p. 114). La realizzazione di questa tendenza, secondo Keynes, avrebbe implicato l'eutanasia del rentier e, in seguito, la scomparsa «del potere oppressivo e cumulativo del capitalista di sfruttare il valore di scarsità del capitale» (p. 112). Senza tradire lo spirito dell’economista di Cambridge, si può affermare che questa sua riflessione non è in prospettiva distante dalla nostra proposta di una riforma che sostituirebbe alla rendita conferita al capitale “dalla sua rarità”, una rendita collettiva o dividendo sociale proprio di una società di abbondanza nella quale «sempre più vaste diventeranno le classi sociali e i gruppi di persone che in pratica non conoscono i problemi della necessità economica» (p. 67).

L’instaurazione di una rendita sociale collettiva sarebbe peraltro coerente con la realizzazione di uno dei desideri di Keynes : quello di conciliare la socializzazione dell’economia con un individualismo inteso come allargamento «del campo aperto per l’esercizio delle scelte personali [e come] salvaguardia della varietà della vita, che risiede precisamente nell’estensione del campo di scelta personale» (p. 117). Di fatto, permettendo la discontinuità e il "nomadismo" tra diverse attività, questa rendita sociale collettiva si presenterebbe come una forma di reddito adeguato a questa nuova formula sociale di esistenza che Keynes considerava profeticamente come « lo strumento più potente per migliorare il futuro ». Come precisa tra l’altro nelle «Prospettive economiche per i nostri nipoti», l’individuo si realizzerebbe in una società dove il tempo dedicato al lavoro (dipendente) sarebbe ridotto a una parte esigua del tempo di vita («turni di tre ore lavorative e settimana lavorativa di quindici ore» (p. 65). Questa nuova società, secondo Keynes, avrebbe permesso di allargare all’insieme della popolazione questo «dono», costituito da un «reddito indipendente» di cui i soli beneficiari, a quell’epoca, erano i ricchi rentiers che tuttavia, agli occhi di Keynes, rappresentavano «per così dire, la nostra avanguardia, coloro che esplorano per noi la terra promessa e che vi piantano le tende» (p. 64). E’ Keynes a precisare: «Ho la certezza che con un po’ più di esperienza, noi ci serviremo del nuovo generoso dono della natura in modo completamente diverso da quello dei ricchi di oggi e tracceremo per noi un piano di vita completamente diverso che non ha nulla a che fare con il loro» (pp. 64-65).

Diverse misure possono contribuire all’instaurazione di una rendita sociale collettiva. Possono essere concepite in modo alternativo o complementare, seguendo il progetto societario scelto e la risposta che la società riuscirà a dare all’attuale crisi del « capitalismo patrimoniale »:

■ l’istituzione di una Tobin tax sui movimenti speculativi di capitale costituirebbe uno strumento di finanziamento efficace, a corto e medio termine, e facilmente applicabile, da un punto di vista tecnico. La proposta elaborata da James Tobin nel 1978 consiste nel prelievo di un’imposta dello 0,5% sugli scambi monetari mondiali. Il progetto di una Tobin tax, le cui entrate sarebbero destinate alla costituzione di un fondo speciale per il RSG, potrebbe costituire uno degli aspetti rilevanti per la costruzione di un’Europa sociale. A livello europeo, questa riforma potrebbe essere una prima tappa verso una dissociazione del RSG dal riferimento restrittivo allo Stato-nazione per l’allargamento di questo diritto di cittadinanza a livello mondiale;

■ gli effetti di una Tobin tax sui movimenti speculativi delle valute, potrebbero inoltre essere rafforzati dall’istituzione di una «Keynes tax» sulle transazioni borsistiche. L’associazione di queste due tasse permetterebbe di recuperare una parte dei profitti della speculazione e di finanziare l’instaurazione di un RSG sempre restituendo al potere politico una parte della sua capacità di regolazione dei mercati finanziari. Di più, ne conseguirebbe una diminuzione della liquidità degli investimenti che costringerebbe i detentori di fondi a essere più attenti alle prospettive di lungo termine, cioè, nei termini di Keynes, di attenuare « il predominio della speculazione sull’impresa»[9].

■ In una prospettiva più radicale di trasformazione dei rapporti sociali, il finanziamento di un reddito garantito come l’istituzione di una rendita sociale collettiva potrebbe ispirarsi alla proposta di dividendo sociale formulata da Oskar Lange negli anni Trenta (Lange 1936, 1937). Quest’autore suggeriva un principio originale di ri-socializzazione dell’economia a partire dalla proprietà dei mezzi sociali di produzione, alternativo all’ottica socialista della nazional-izzazione.

            Per parafrasare Oskar Lange: il capitale ed il progresso della produttività del lavoro sono un prodotto della cooperazione sociale. Sono dunque la proprietà di tutti e giustificano a questo titolo il diritto per ognuno dei membri della collettività a un dividendo sociale, che Lange qualifica come la condizione istituzionale del socialismo.

In sintesi, la distribuzione di una rendita e/o di un dividendo collettivo può essere giustificata a partire dal riconoscimento del diritto, per ogni cittadino, a una quota sulla produzione sociale, in virtù di due considerazioni principali:

■ Il capitale fisso sociale deriva da un lavoro sociale passato. Costituisce a questo titolo un’eredità collettiva, dunque non c’è niente che legittimi la sua appropriazione e la sua valorizzazione su base individuale e/o privata;

■ La contribuzione produttiva di ogni membro della società deriva, al tempo stesso, dalla sua attività individuale e dalla sua interazione con quest’eredità collettiva (materiale e immateriale) (Bresson 1993) lasciata in eredità dalle generazioni precedenti. Questo patrimonio, spiegando le differenze di produttività esistenti tra un territorio e l’altro, una nazione e l’altre, costituisce una rendita sociale. Di fatto, ancora una volta, ogni legge di proporzionalità tra remunerazione e lavoro individuale è spezzata e, nella produzione sociale, esiste sempre una quota di cui nessuno può richiedere la proprietà. Appartiene alla società nel suo insieme e deve dunque essere ripartita sulla totalità della collettività.

Conclusioni

Infine, la proposta di RSG, definita come l’associazione di un salario sociale e di una rendita collettiva, trova il suo fondamento economico nelle mutazioni del concetto di lavoro produttivo e del modo di accumulazione che vanno insieme allo sviluppo del capitalismo cognitivo.

D’altra parte, in seguito all’avvento di un’economia fondata sulla diffusione e il ruolo motore del sapere, il lavoro intellettuale diventa il fattore strategico e il tempo di lavoro diretto smette di essere un’unità di misura economicamente significativa. Questa trasformazione confonde i confini tradizionali tra lavoro e non-lavoro, lavoro produttivo e improduttivo, con la quale le teorie economiche e il sistema fordista di contabilità nazionale hanno tentato di rendere conto dei meccanismi di formazione e di ripartizione della ricchezza. Il RSG sarebbe, da questo punto di vista, soltanto il compenso in reddito del carattere sempre più sociale del lavoro sul quale si basano la dinamica dei benefici della produttività e dell’innovazione.

Da un’altra parte, la crescita in potenza del capitalismo finanziario erode i confini tradizionali tra rendita e profitti mentre impone con forza il ritorno di una logica di regolazione concorrenziale (nel senso della scuola francese della regolazione). Quindi il RSG potrebbe essere una delle proposte in grado di permettere alla società di combinare la volontà d’imbrigliare il potere della finanza e quella di arrivare a una ri-socializzazione dell’economia.

L’introduzione di un RSG sostanziale, comme abbiamo visto, potrebbe basarsi su più fonti di finanziamento e la sua istituzione, lungi dall’entrare in contraddizione con il sistema di diritti e garanzie della previdenza sociale, costituirebbe un elemento di rafforzamento e di uscita dall’alto dalla crisi del welfare state. Il problema della sua “fattibilità” non è di tipo “economico”, cioè legato al carattere limitato delle risorse. Dipende essenzialmente da una scelta di società.

 

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Ends

 

 



[1] Questa distinzione fra due posizioni opposte permette ugualmente di reperire e di classificare differenti proposte intermedie. Questo non è lo scopo di questo contributo. Per un’analisi critica della letteratura si rimanda a Palermo 1994, Dieuaide e Vercellone 1999.

[2] La PPE si ispira in grand parte ai modelli della Earned income tax credit (EITC) creata negli Stati Uniti nel 1975 e modificata in seguto più volte e del Working families tax credit (WFTC) britannico creato nel1999. Entrambe queste misure, come la PPE, sono infatti destinate alle famiglie con redditi molto bassi e il loro beneficio é sottomesso a un principio di condizionalità forte che si esprima in una duplice condizione di reddito e d’esercizio di un’attività professionale.

[3] Ivi compreso in Francia ad esempio le indennità di disoccupazione

[4]Senza dimenticare che le economie derivanti dall’instaurazione del RSG andrebbero ad interessare anche la gestione dello Stato previdenziale, costituendo un’altra risorsa non trascurabile per il finanziamento. Queste derivano – nel caso francese- dalla soppressione dei numerosi costi per il controllo, e per la documentazione necessaria alla concessione del RMI (Reddito Minimo d’Inserimento) e degli altri minimi sociali.

[5]Questa allocazione o reddito di esistenza potrebbe corrispondere alla seconda componente del RSG che, nel prosieguo di quest’articolo, chiamiano « rendita collettiva ».

[6] Questo corrisponde a ciò che alcuni economisti, come Yoland Bresson e Philippe Van Parijs, considerano, ragionando in termini diversi, come il fondamento esclusivo di un reddito garantito qualificato in questo caso come reddito di esistenza.

[7] Utilizzando la terminologia di Karl Marx, la questione che qui si pone è quella dei diritti di proprietà (e dunque a un reddito) fondati sull’accumulazione del lavoro passato.

[8] Notiamo anche che Keynes per il concetto di « lavoro umano » intende qui essenzialmente lavoro, cioè il lavoro manuale di esecuzione, e non la free activity, prerogativa delle attività scientifiche ed artistiche, rese possibili dall’automazione del lavoro grazie alla liberazione del« tempo libero. Seguendo questo punto di vista, sebbene l’analisi di Keynes sia su questo punto meno esplicita e articolata, il suo approccio potrebbe essere ricondotto alla distinzione fra Time of labour e Disposable time che Marx sviluppa nel Libro IV del Capitale (Marx 1905, trad. fr. 1978, pp. 300-302), nel suo commento su l’affermazione di un socialista ricardiano, Thomas Hodgskin, secondo la quale « Una nazione è veramente ricca quando si lavora 6 ore invece di 12. Wealth is disposable time, and nothing more ». Il progetto di società (e di superamento del capitalismo) affrontato da Keynes nelle « Prospettive economiche per i nostri nipoti » presenta anche numerose analogie con l’analisi che Marx, nei Grundrisse, effettua sulla tendenza verso il General Intellect (o Intelletto generale), allorquando afferma che « del resto lo stesso tempo di lavoro immediato non possa rimanere in astratta antitesi al tempo libero – come si presenta dal punto di vista dell’economia borghese – si intende da sé » (Grundrisse, Il Capitolo del capitale, VII, 40, p. 723, ED. Einaudi 1977). Infatti, « il tempo libero – che è sia tempo di ozio che tempo per attività superiori – ha trasformato naturalmente il suo possessore in un soggetto diverso, ed è in questa veste di soggetto diverso che egli entra poi anche nel processo di produzione immediato.» (ibidem, p. 724)

[9] Più precisamente Keynes avanza l’ipotesi di una tassa piuttosto pesante in grado di rendere le operazioni di investimento quasi « definitive ed irrevocabili ». Ma lo stesso Keynes sottolinea l’inconveniente di una tassa eccessivamente pesante : il rischio di favorire una preferenza crescente per la liquidità che condizioni gli individui a tesaurizzare e a non spendere più moneta senza avere in contropartita un tasso di interesse molto elevato.

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